Maggio 22, 2022

Neanche un monumento per il canonico Giovanni Spano_di Giovanni Mameli

I sardi dovrebbero dedicare un bel monumento a Giovanni Spano. Invece a malapena gli hanno intitolato strade e scuole poco appariscenti. Questo studioso proteiforme (nato a Ploaghe nel 1803) ha dato un contributo non indifferente all’esplorazione del pianeta Sardegna: si è occupato di archeologia, di linguistica, di storia dell’arte e della Chiesa. I suoi libri e i tanti articoli che pubblicò rivelano una seconda vocazione (dopo quella sacerdotale) altrettanto potente: la scrittura.

I contemporanei gli tributarono onori all’altezza dei suoi meriti: infatti fu nominato Senatore e membro dell’Accademia delle Scienze di Torino. Ma ancora oggi chi si occupa, come addetto ai lavori, delle discipline nelle quali lui si è cimentato gli manifesta un rispetto e un’ammirazione sconfinati. I suoi libri vengono continuamente ristampati ed esauriti nel giro di pochi anni. Basta pensare al successo costante di un’opra come Guida di Cagliari e dintorni, dove il capoluogo dell’isola viene presentato portando in primo piano i suoi tesori artistici, le notizie storiche, le attività economiche.

Sul versante della ricerca linguistica, a lui si devono una raccolta di Proverbi Sardi e il volume dalla GIÀ di Giorgio Ariu Ortographia sarda nationale o siat Grammatica de sa limba logudoresa cumparada cum s’italiana (pubblicato a Cagliari nel 1840). In quest’opera affronta un argomento quanto mai di attualità: quello dell’ortografia del sardo.

Ma in quest’opera da quali motivazioni prendeva le mosse il canonico Spano? È lui stesso a dirlo in una lucida premessa dove afferma: “Per tre anni fui istruttore di numerosi Fanciulli nel primo impianto delle Regie Scuole Normali a S. Carlo in Sassari, quanto non sarebbe stato laudevole che i maestri avessero avuto una Scuola pria d’esser assunti alla difficil’arte dell’insegnarel”.

Dunque questo libro è destinato principalmente agli insegnanti, perché conoscano la grammatica e l’ortografia della lingua sarda in modo da trasmettere ai loro allievi una doppia competenza: quella dell’italiano e quella della lingua materna.

Spesso gli errori commessi dai giovani, nello scrivere e nel parlare, non sono altro che interferenze tra i due codici espressivi. Conoscendo bene entrambi si eviterebbero questi errori ma anche si valorizzerebbe la lingua di partenza, che può essere usata per certi usi comunicativi orali e scritti. Infatti in quegli anni (lo ripetiamo: il libro uscì nel 1840) la maggior parte degli isolani parlavano in sardo. Inoltre un certo numero di autori, soprattutto poeti, usavano tale lingua per comporre i loro versi.

Allo Spano sta a cuore questa produzione scritta. Tant’è vero che nelle antologizza centinaia di versi di poeti del passato e del presente, che si situano in un’area religiosa e laica, che usano metri e lessici diversi. Insomma vuoi dimostrare a chi non ci credesse che in Sardegna esiste una vera e propria produzione letteraria che risponde ai bisogni delle diverse comunità nelle quali è nata.

Il continuo raffronto tra il sardo logudorese da una parte e l’italiano e il latino dall’altra sta a dimostrare come questa lingua abbia una sua nobiltà. Anzi risulti, come sostengono molti linguisti, la parlata romanza più vicina al latino. La quale tra l’altro si presterebbe – come sottolinea lo Spano – a un largo uso poetico grazie alla sua sonorità e musicalità. Ma lo scopo che si era prefisso l’autore era anche un altro: cioè quello di far conoscere agli italiani un patrimonio letterario tutt’altro che trascurabile, come quello esistente nella nostra isola.

Si può dire che questo obiettivo non sia stato raggiunto. Prima e dopo Giovanni Spano, altri studiosi della letteratura della nostra regione hanno tentato di proporre al pubblico nazionale opere e nomi che per noi sono importanti. L’esito è stato negativo per diversi motivi. Da una parte c’è stato uno scarso interesse per le letterature delle zone marginali (si sono affermati solo quegli autori che hanno scritto in italiano, pubblicando il loro libro con grosse compagini editoriali); per un altro verso i sardi hanno privilegiato un consumo interno dei loro autori, con libri scritti in logudorese e campidanese, senza la traduzione in italiano

Giovanni Spano ha voluto gettare un ponte tra l’isola e l’Italia, consapevole del fatto che la nostra cultura in senso lato ha uno spessore indiscusso, come hanno capito i tanti europei arrivati nella nostra regione per un motivo o per l’altro. Prima di lui è stato un grande piemontese a fare da battistrada: Alberto Lamarmora. Con le sue opere, frutto di una lunga permanenza in Sardegna, ha contribuito a “scoprire” una terra sulla quale pesavano negativamente pregiudizi e luoghi comuni fuorvianti.

Uino di questi è rappresentato proprio dalla lingua, incomprensibile per gli italiani ma nobilitata da uno stretto legame con il latino. Come dimostra lo Spano in “Ortografia Sarda” opera nella quale ha riversato molte energie, enormi conoscenze.

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