Maggio 22, 2022

Esclusivo/Giuseppe Dessì raccontato dalla moglie_di Luisa Dessì

50* Anno/Le grandi pagine del Cagliaritano

Nel 1951 è venuto a Ravenna come Provveditore agli Studi con la moglie ed il figlio Francesco. A quell’epoca facevo la vicedirettrice nella colonia di Milano Marittima. Dessi poco dopo fu colpito da un attacco cardiaco, la moglie lo portò a Ferrara e mentre lo si stava curando, suo figlio fu affidato alle mie cure. Francesco allora di sei anni era fisicamente delizioso, genuino ed ingenuo, si rimaneva incantati a guardarlo.

Successivamente arrivarono Giuseppe Dessi, che allora aveva 41 anni e sua moglie Raffaella Baraldi. Restarono un po’ di tempo nella colonia. Ricordo il suo berretto da sci calato sulla fronte e la gentilezza che accendeva emozioni in me sconosciute prima. Ero cresciuta in un piccolo paese della Romagna e pur avendo già 27 anni l’amore l’avevo conosciuto solo fantasticamente ed i pochi flirt non erano mai diventati dei veri legami. Aveva modi gentili e occhi magnetici, parlava e guardava come un serpente incantatore, mi fece pensare: “sarebbe bello se mi facesse la corte”.

Mi chiesero di andare a vivere con loro come bonne, per occuparmi di Francesco. Lo portavo a spasso, gli facevo fare i compiti all’avviamento di marina di Ravenna. Giuseppe stava appena uscendo da un altro grande amore (la Cecilia del principe Lui). Non la mia bellezza, ma la fresca ingenuità che mi apparteneva, cominciarono ad attirarlo e diventò gentile fino a mettermi in imbarazzo.

Attorniata per la prima volta da persone colte cercavo la cultura. Dessi mi fece leggere molti libri e le frasi stereotipate dei miei studi magistrali si impregnavano di significativi vivi. Ma la mia educazione mi portava a sfuggirlo. Quel suo modo di essere mi spaventava, la sua calda voce mi seguiva ovunque. Quando arrivavo alla fermata della corriera mi dicevano: “Ti cercava il Provveditore”. Avrei voluto sprofondare. Ero innamorata e terrorizzata. Mentre lui continuava a fare il Provveditore con la valigia, il nostro incontro diventava sempre più importante.

Da Sassari era stato trasferito nel ‘49; De Gasperi, allora Presidente del Consiglio, vi andò a fare un comizio nella veste però di Presidente della Democrazia Cristiana. Il Prefetto aveva detto a Dessi di dare vacanza alle scuole, ma lui si era rifiutato. Non faceva vita politica sebbene si sapeva fosse un Togliatti.

Ciò gli costò il trasferimento e la fama di comunista. In realtà era stato iscritto al partito socialista, poi si era rifiutato di avere un’etichetta. Era rimasto legato all’area di sinistra e continuava a collaborare a giornali quali l’Unita, il Lavoro, il Contemporaneo mantenendo contatti con amici quali Alleata, Nicolo Gallo. Quest’ultimo era un uomo straordinario. Tutta la cultura romana capitava in casa sua, da Bassani a Cassola a Pratolini.

Questa fama di comunista se la trascinò dietro al punto che quando nel 1950 arrivò a Ravenna fu proprio il partito della democrazia ravennate a protestare. Dal punto di vista amministrativo non potevano fargli appunto alcuno, era molto ligio al suo dovere. Fu mandato a Trapani, nel 1950 a Ravenna, poi nel ‘52 a Teramo e l’anno dopo a Grosseto ed infine nel ‘55 a Roma.

Dopo la partenza da Roma si erano fatti molto tesi i rapporti con sua moglie. Erano due mondi diversi, lei proveniva dall’alta borghesia ferrarese, lui era un aristocratico contadino. In me, contadina proletaria, vedeva il richiamo della foresta. Non era facile vivere con un uomo come lui, uno dei due doveva cedere. Era generoso e sensibile, ma diventava anche egoista. Ci voleva pazienza e comprensione: piccole cose forse più rilevanti di altre. Dessì cominciava a scrivermi come un pazzo. Un amore così non lo avrei più trovato, sapevo che la mia vita poteva essere bruciata lì, ma non potevo rinunciarvi.

Ci sono voluti cinque anni per decidermi. La mia vita con lui poteva durare anche una sola settimana, ma la affrontai senza fare progetti e con la forza di ciò che sentivo dentro di me. A Roma conobbi tutti i suoi amici, poi lui ebbe un comando presso l’Accademia dei Lincei e smise di fare il Provveditore. Siamo stati insieme fino al luglio del ‘77. I miei non sapevano nulla, io lavoravo a Roma come assistente sociale e durante l’estate tornavo a casa. Lui rimaneva solo.

Nel ‘59, mentre mi trovavo coni miei parenti a Rimini, ebbe un secondo attacco cardiaco. In piena notte mi fecero chiamare dai carabinieri. Appena mi ha visto ha detto: “Ora guarisco”. Aveva fiducia nei miei effetti terapeutici. Dopo siamo vissuti sempre insieme amandoci e litigando, ma con un gran rispetto per il suo lavoro. Lo liberavo da tutte le preoccupazioni, credevo in ciò che faceva e quando scriveva volavo per non disturbarlo. Mi eclissavo, lo isolavo nel suo mondo e sparivo. Tornavo solo quando mi cercava. Questo creava tra di noi un’armonia fonda che migliorava il nostro rapporto. La fatica dello scrivere lo distendeva. La sua gioia era esprimersi. Cercava la verità, la sua verità e l’amava ancora più del successo.

Perdeva tempo quando gli arrivavano i riconoscimenti ufficiali, per un attimo pareva smarrito e se ne rendeva conto passata la gioia. Moravia scriveva e lo fa ancora, tre o quattro ore al giorno. Dessì invece maturava interiormente dentro di sé ciò che aveva da dire e quando era giunto il momento si immergeva nel suo mondo da cui era difficile tirarlo fuori.

Quando aveva un riscontro di plauso ufficiale, quando era felice… dipingeva e di questo diceva sempre: “L’idea di dipingere, anche soltanto il verniciare qualcosa mi da una profonda gioia. Lo scrivere invece mi preoccupa e non mi riesce mai piacevole. Cerco di spiegarmi questo fatto pensando che dipingere non è il mio mestiere perciò mi si presenta libero dall’idea della fatica, della responsabilità, della continuità, della coerenza che invece è sempre connessa al mio mestiere di scrivere”.

Passava delle intere giornate a disegnare, venti o trenta disegni al giorno, fino a quando la stanchezza non lo sfiniva. Poi regalava tutto. Era felice, poteva abbandonarsi a questo gioco. In via Cremona a Roma comincia la “Giustizia”, L’avvocato Mastino di Nuoro gli aveva dato gli atti del processo dicendogli: “Una volta o l’altra ci caverai qualche cosa”. Aveva provato diverse volte fino a quando non arrivò alla forma dialogata.

Quell’esigenza di realismo che in lui c’è sempre stata aveva trovato la sua forma espressiva e alla fine si accorse di aver fatto del teatro. Bassani lo pubblica su Botteghe Oscure nel ‘57. Poi capitò nelle mani di Fulvio Fo e fu rappresentato al teatro stabile di Torino, diretto da Gianfranco Bosio. Colli regista. Fu il successo dell’anno, rappresentato anche in America. David Paul lo tradusse in The Guilty ad the Innocent. Venne trasmesso dalla BBC a Londra nel maggio del ‘59. Dessi pensa di trasformare anche “I Passeri’, io sono contraria – I Passeri ‘ hanno già una loro forma e non verrà altrettanto bene – dico e lui replica: “tu non capisci”.

E’ il momento di “Qui non c’e guerra”. De Bosio fa la regia, una regia lenta, sbagliata, priva della carica contadina di Colli. La critica teatrale è tiepida. Dessi termina la sua carriera teatrale, ma era molto affezionato a quel mondo, passava intere giornate a guardare gli attori, il regista, il loro modo di muoversi ed i suoi personaggi vivi sulla scena. Nessun critico ha mai evidenziato questo aspetto, la traduzione della scrittura in teatro è stato il momento culminante del suo bisogno di realismo. “Eleonora d’Arborea”, pubblicato nel ‘63 non ha mai avuto una versione teatrale.

Se la sera aveva scritto un pezzo di una certa consistenza stavo ad ascoltarlo per ore, non ero mai stanca quando si trattava di leggere le sue cose. Per staccarsi da quello che aveva scritto mi faceva fare correzioni di virgole e punti. Venne il tempo del “Disertore”. Lo scrisse in quindici ore al giorno, talvolta la stanchezza si sentiva nelle ultime pagine. Quando glielo dicevo strappava e riscriveva.

Talvolta si faceva prendere dall’impazienza e dall’insoddisfazione e buttava tutto nel cestino. Una notte ho passato ore ed ore a rincollare pezzi “Capisci che sono migliori quelli che hai strappato? Quando sei stanco ti devi fermare”. Ho imparato ad avere l’orecchio al suo stile solo per aiutarlo a dominare la sua impazienza.

E’ stato cosi soprattutto per “Paese d’Ombre”. Quando ebbe ultimato “Il Disertore ” capii che le sue esigenze, memorialismo e realismo si erano fuse nella maniera migliore. A lavoro ultimato aveva sempre contentezza e scontentezza fuse assieme, le continue cancellature lo dimostravano e poi diceva “Adesso devo fare un’altra cosa”. Ebbe il premio Bagutta nel ‘62, la gente cercava il Disertore e Feltrinelli preso di sorpresa fece pubblicare: metà al diritto e metà al rovescio, così dovette aspettare ancora un mese.

Nel Natale del ‘64 fu colpito da trombosi. Questa cosa terribile! Non riusciva a tenere il tovagliolo, la bocca gli tremava. Dicevano: “Forse può uscirne vivo”. Ha vissuto ancora per 13 anni. Passato il peggio venne una giovane fisioterapista di cui si innamorò. Pensai: “Allora se la cava”.

Il braccio era sempre fermo e la gamba la muoveva appena. Ha detto basta alla fisioterapia. “Io cammino come posso”, ed ha ricominciato a scrivere. Nel ‘66 inizia “Paese d’Ombre”, in sei o sette anni avrà scritto al massimo per un anno. Aveva delle crisi terribili che lo lasciavano a letto per mesi. Poi gli venne una leggera febbre, dopo una prima radiografia gli scoprirono il cancro all’intestino e gliene asportarono 30 centimetri. Ha finito “Paese d’Ombre” e nel ‘72 ha vinto il premio Strega. Nel ‘76 cade e si rompe il femore, sotto l’operazione ha un infarto. Ne esce vivo. Scrive “La Scelta”, l’ultima pagina è rimasta nella macchina da scrivere sul suo tavolo da lavoro.

Il giorno prima che morisse eravamo andati a passeggiare, credevo fosse il via alla ripresa. Il medico mi aveva detto di portarlo al mare. Era il 6 luglio, stavo uscendo per fare la spesa, Beppe mi disse: “Finalmente oggi sto bene, si è allontanato l’incubo della morte”. “Dov’è Luisa?” ha detto prima di morire, sotto-voce ad Antonietta che stava facendo le pulizie e non si è accorta di nulla. Non ho mai accettato che se ne fosse andato senza salutarmi. II resto è mio ed è ancora mio

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