Giugno 12, 2024

I misteri della fortezza nuragica di Saurecci – Guspini_di Tarcisio Agus

0

La Sardegna sembrerebbe sino al III millennio a C. vivere una situazione di tranquillità, assenza di competitività territoriale e gestione condivisa delle risorse naturali, con villaggi eretti in parte in pianura o su lievi rilievi, presso i corsi d’acqua, in uno scenario dedito all’allevamento e alle produzioni cerealicole, con l’apparizione dei primi metalli riferiti a prodotti semplici come elementi di collane, punteruoli, anelli o lesine, in siti di fase Ozieri (3500 – 2900 a.C., e  manufatti di rame  ed argento rinvenuti nelle fasi successive.

Questo idilliaco scenario sembra mutare nella fase detta Monte Claro, 2800 – 2300 a.C., quando si assiste alle prime erezioni di strutture difensive. In particolare costituite da vere e proprie muraglie come quella di Monti Baranta ad Olmedo (Moravetti A.). Un abitato protetto da un possente bastione che lo stesso Moravetti pone in similitudine  con quella di  Monti Ossoni, (Castelsardo). Ambedue nella Sardegna settentrionale. Di queste due opere ciclopiche il Moravetti ce ne da le descrizioni in “La Sardegna preistorica” dell’editore C. Delfino: “A Monte Ossoni, una muraglia in opera ciclopica, lunga 60 metri, delimita per circa un terzo del suo perimetro il breve pianoro terminale di un’altura troncoconica, proprio nell’unico tratto non difeso dallo strapiombo. Nell’area compresa fra la muraglia e il margine scosceso dell’altura (mq 1636) erano intuibili tracce di strutture antiche, mentre all’esterno della stessa muraglia i mezzi meccanici avevano sconvolto alcune strutture di cui rimanevano sul terreno pietrame e ceramiche Monte Claro,…  A Monte Baranta il complesso si trova su di un ripiano a dominio di un ampio territorio; le strutture difensive sono date da un recinto-torre e dalla muraglia megalitica (lungh. m 97). Il recinto-torre, situato sul margine dello sperone trachitico che sporge dalla terrazza naturale, ha pianta a ferro di cavallo (corda m 20,65; saetta m 15,30; superficie mq 380,80) con le estremità tangenti il profilo dell’altura e il lato rettilineo, ad Est, totalmente sprovvisto di muratura perché difeso naturalmente dalla parete rocciosa scoscesa e, quindi, di difficile accesso. ……. A Monte Baranta e a Monte Ossoni è documentato un sistema difensivo che prevede la scelta di un luogo alto – su estremità di pianori che si affacciano a strapiombo su vallate – ove l’area d’insediamento appare definita dal margine scosceso dell’altura e, quindi, dalla fortificazione che si colloca a sbarramento del lato più aperto e debole”.

Sembrerebbe a detta di diversi studiosi che queste nuove strutture megalitiche fossero legate al conflitto innescatosi tra le comunità preesistenti, cultura Bonuighinu, e la cultura di Monte Claro.  Lo stesso prof. Giovanni Lilliu non scarta del tutto questa ipotesi tanto che definisce  le comunità Monte Claro: “… un gruppo umano con una certa organizzazione e un profilo etnico-etico a crearla e a definirla”. Ancora, in riferimento ai due distinti nuclei umani  “… non di rado, entravano in lotta fra loro, secondo un modo di vivere tribale, secondo costumi di faida”.

In Sardegna di recinti megalitici non ne contiamo più di tanto ed il Prof. Lilliu, con quale più volte ebbi modo di parlarne, annovera il recinto megalitico di Saurecci di Guspini, fra i diversi da lui classificati, il più interessante ed intrigante, che avrebbe volentieri indagato, ma evidentemente non ne ebbe la possibilità.

L’illustre studioso collocava il Saurecci all’inizio del Bronzo Medio (1800 – 1350), in quanto vi intravvedeva una influenza “minoica-micenea”. A differenza dei meglio noti di Monti Baranta e Ossoni, il Saurecci non è costituito da una cinta muraria a due paramenti con intercapedine di pietrame minuto, ma da  una  muratura megalitica a doppio filare, in più la cinta muraria é chiusa in forma ovoidale, con sul fronte sud, a debita distanza,  tre nuraghi monotorre.

“Planimetria Taramelli”

Solo un aspetto accosta Monti Baranta e Monti Ossoni al Saurecci,  il colle omonimo fu frequentato da nuclei di cultura Monte Claro. Sul versante nord est esterno alla cinta muraria, sono state poste in luce da uno spietramento elementi di strutture abitative, che hanno restituito interessanti frammenti di Situla, vaso con de anse ed orlo a tesa con fasce orizzontali. Alcuni frammenti hanno fasce verticali, di probabile Dolio situlifome, riconducibili al  III millennio a.C.

È verosimile che il colle di Saurecci, abbia avuto l’attenzione di questo nucleo umano che diversi ricercatori definiscono intrusivo. Dedito principalmente alle attività agricole, privilegiando per i propri insediamenti punti elevati per il controllo del territorio, sappiamo che, oltre la pastorizia, erano dediti anche ad attività fabbrile e fusorie. Per cui la scelta di Saurecci  potrebbe avere una seconda motivazione.

La base del colle è attraversata dal rio Montevecchio che ha la sua origine nella ricca area mineraria a monte, con  importanti filoni metalliferi emergenti. L’opera di mineralizzazione formatati a partire Paleozoico (500-300 milioni di anni fa) ha subito nei milioni di anni importanti trasformazioni sedimentali, ultima in ordine di tempo che ha stabilizzato l’area di Montevecchio è data dalle deiezioni vulcaniche dell’Arcuentu, fra i 21 e 18 Ma. Sconvolgimenti che diedero origine anche al monte Saurecci. In questo lungo periodo sappiamo delle imponenti erosioni che convogliarono a valle ingenti quantità di sabbie e ciottoli, e che non potevano non aver interessato anche il catino minerario di Montevecchio, riversando, oltre gli sterili, anche parti di mineralizzazioni nell’alveo fluviale.

Non è quindi da escludersi che le genti della cultura Monte Claro scelsero Saurecci perché nel sottostante corso d’acqua recuperarono importanti quantità di “pepite” di ferro o di galena pura al 95/97 %, (Mandorle) chiamate dai minatori “venute di galena”, provenienti dai filoni emergenti di Sant’Antonio, Piccalinna e Sciria, distanti un pugno di km.

In questa  fase storica in cui si frequenta il Saurecci i prodotti derivanti dalla galena erano ben noti, in particolare l’argento ed il piombo rinvenuti in diversi siti di cultura Monte Claro. Sicuramente lo erano anche il ferro, che purtroppo per la sua facilità all’ossidazione nel lungo periodo si sfalda, non lasciando traccia, a differenza del bronzo. A Montevecchio i minerali più ricercati del tempo erano presenti: il ferro si poteva ottenere dalla Pirite, minerale composto da pre-solfuro di ferro e per via del suo colore giallo veniva chiamato “l’oro degli stolti”. Così come non mancava il rame, che poteva essere recuperato attraverso la Calcopirite, molto simile alla Pirite ma di colore più scuoro, chiamato “rame giallo” per l’alto contenuto di rame. Non mancava l’Argentite, un solfuro d’argento, ma buona parte di questo metallo veniva ricavato dalla galena argentifera, con piccole percentuali aurifere. Inoltre non mancava certo la legna per raggiungere le temperature di fusione. Il più facile da fondere era lo stagno a 232 gradi, il piombo a 327, mentre l’argento necessitava di 962 gradi, infine l’oro a 1064, il rame a 1083 ed il ferro a 1535.

Lo sfruttamento del rio potrebbe aver portato i “minatori” del tempo a percorrerlo sino alla scoperta dei giacimenti, costituiti da filoni emergenti che da Sciria e Piccalinna si sviluppavano in direzione nord ovst per oltre 11 km.

Certo è che la tipologia costruttiva e la presenza di tre torri a “tholos” dell’acropoli di Saurecci sottolineano una importante evoluzione architettonica e culturale, che decisamente si stacca dalle fortificazioni Monte Claro.

Del complesso nuragico era nota la pianta, grazie alla pubblicazione dell’allora soprintendente Antonio Taramelli, in “Scavi e Scoperte” del 1918-1921, ripresa poi, con alcune immagini, da Cristian Zervos nella “Civiltà della Sardegna” edito dalla Libreria Scientifica Internazionale nel 1981. Nella sua descrizione sui nuraghi della Sardegna leggiamo: “Oltre ai nuraghi semplici o complessi vi sono quelli piuttosto rari, che hanno le torri piuttosto distanti fra loro. È il caso della cinta nuragica di Serrucci che contribuiva con gli altri nuraghi, alla difesa della zona metallifera della regione di Guspini. Questo complesso che misura 200 metri di circonferenza, è costituito da tre torri  di solida struttura che sporgono in tre punti della cinta stessa, alta dai 5 ai 6 metri e posta sulla cima di una collina isolata che domina, da un’altezza di 175 metri, lo sbocco della vallata del Rio Maurreddus”.

Ancora non è dato sapere  se i “pastori guerrieri”, così chiamati dal Lilliu, realizzarono il misterioso complesso per proteggere un’abitato, posto in posizione dominante, costituito da capanne con muretti a secco ricoperte di frasche tipo “pinnettas”, di cui sembrerebbero presenti dei resti  riconducibili alla fase Bonnànaro (1800-1600 a.C). Cultura meglio nota attraverso le necropoli ipogeiche che hanno restituito interessanti corredi funerari, ed in particolare la Domus de Jana di Sant’Iroxi a Decimoputzu, con un corredo di spade ed armi in metallo. Oggi divenuti importanti  reperti per lo studio  dei popoli del mare,  in particolare dei Shardana.

Una fase storica che richiama l’inquadramento culturale dato dal Prof. Lilliu, che definì l’Età del Bronzo,  Età della Guerra. Sono diversi gli studiosi che teorizzano in questo periodo una stagione di conflitti fra i nuovi arrivi e le genti stanziali. Per cui il Saurecci potrebbe essere sede di una comunità di “pastori guerrieri” per il controllo del territorio sulla falsa riga, per stare al periodo, del villaggio di Sa Turricula (Muros), in cima ad una altura che controlla il vasto territorio circostante. Alcuni elementi architettonici e strutturali farebbero ritenere la fortificazione guspinese destinata non proprio ad abitato, ma presumibilmente a centro metallurgico.

A sostegno della suddetta ipotesi giocano alcuni elementi, in particolare l’inaccessibilità del sito. L’attuale situazione non ci permette un’agevole comprensione, ma osservando la planimetria, pubblicata dal Taramelli e ripresa da Zervos, si nota che il complesso era dotato di un unico stretto accesso, non attraverso le torri, ma posizionato sul fronte nord est, nel tratto meno accessibile, perché il più scosceso e mascherato nella lunga fortificazione.

Le torri troncoconiche sono aperte all’interno della fortificazione, ad eccezione della torre ad oriente che si apre all’esterno ma non comunicante con l’acropoli, a significare forse che il recinto megalitico è una sua dipendenza. Trattasi infatti di una tholos semplice con funzione di presidio e di controllo, ove poteva operare uno o più “pastori guerriero” a difesa del fronte più accessibile e in vista delle aree minerarie.

Recinti similari li troveremo poi come antemurali dei nuraghi complessi, ma in quel frangente quando ancora i nuraghi complessi erano la da venire, la nostra ellittica fortificazione poteva rappresentare un insediamento, oggi diremmo “industriale”, da proteggere e tutelare militarmente.

Il ritrovamento negli anni 90 di una parte di matrice fusoria in steatite, simile allo stampo di doppia ascia rinvenuto nella grotta “Sa Domu de s’Orku” (Urzulei). Potrebbe essere il segno di una attività metallurgica che prendeva sempre più piede, in particolare con la produzione di bronzi artistici, utensili da lavoro e  armi, estremamente necessarie per un popolo guerriero.

Matrice fusoria

Allo stato attuale non siamo in grado di dimostrare che Montevecchio in fase nuragica fosse sfruttata, anche se non  mancano le testimonianze nuragiche prossime ai filoni. Interessante mi pare l’affermazione dell’Ing. Giuliano Marzocchi che ben conosceva la realtà mineraria dei luoghi, che così scriveva nel suo volume “Cronistoria della Miniera di Montevecchio”: “… un indizio che  i nuragici potessero conoscerla può esser considerato il fatto che il bronzo dei loro “bronzetti” ha un certo tenore di piombo, ed è noto che nelle parti alte e altissime di Montevecchio la galena era alquanto stannifera: non si può quindi escludere che lo stagno di quei bronzetti provenisse da questa galena, ….”

Lo stagno, minerale necessario in associazione con il rame per la produzione del bronzo, lo si poteva ricavare anche dalla Cassiterite, un biossido di stagno presente  a Montevecchio, mentre nei confinanti territori del guspinese lo troviamo presso Canali Serci a Villacidro, e Perdu Cara ai confini territoriali di Arbus, Fluminimaggiore e Gonnosfanadiga, ove era presente anche un importante miniera di rame. I due principali elementi per la produzione del bronzo (Rame 90% e Stagno 10%) in quel periodo erano ampiamente disponibili anche attraverso gli importanti traffici mediterranei, come i lingotti di rame a forma di pelle di bue (Oxhide) da Cipro, e lo stagno dalla Spagna.

Il mistero di Saurecci rimane ancora intatto, i pochi elementi restituiti possono consentirci la suddetta ipotesi, certo è che il recinto megalitico presumibilmente custodiva “segreti” importanti per il tempo. Indagarlo potrebbe svelarne i misteri e capire se fosse un vero e proprio castello,  protetto da una guarnigione di nuove genti insediatasi sul territorio, il periodo conflittuale ne giustificherebbe la presenza, oppure esser il centro metallurgico del “Cantone guspinese”, con la sua area sacra di Nieddinu, protetto dai complessi polilobati di Santa Sofia, Brunk’é S’orku, Melas, Urradili e Nuracci, per citare i più rappresentativi. Mentre quelli presso Montevecchio, compreso il Nuracci, sono andati distrutti per la produzione dei blocchi necessari alla  realizzazione dei ponti ed argini della strada ferrata Montevecchio – San Gavino del 1873, di 12 km.

Un popolo dotato di un proprio esercito, come i bronzetti e non ultimo le statue di Monti Prama ci  ricordano, doveva pur avere dei luoghi di produzione delle armi e questi non potevano che essere blindati e protetti, come del resto lo sono tutt’ora.

About The Author

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *