Giugno 23, 2021

L’indipendentismo catalano ha vinto. Di nuovo. Di più_di Franciscu Sedda

Non è servita alla Spagna il tentativo di reprimere a colpi di cariche e manganelli il referendum del 1 ottobre 2017, di portar via con la Guardia Civil le schede elettorali del referendum, di arrestare o costringere a rifugiarsi per mezza Europa i principali leader indipendentisti, di criminalizzare musicisti e attivisti sociali, di inabilitare il presidente della Generalitat per uno striscione, di complicare al governo catalano la gestione della crisi sanitaria, di fomentare spaccature e tensioni fra i partiti indipendentisti, di anticipare il voto sperando in un presunto reflusso del consenso e dell’impegno indipendentista. La gente di Catalogna è andata alle urne ordinatamente, in numero certo più basso del 2017, ma comunque massiccio considerata la pandemia in corso (più del 53%) e ha votato indipendentista. Di nuovo. Di più.

Le quattro forze che ponevano l’indipendenza nel proprio programma pur correndo ciascuna da sola all’interno del sistema proporzionale usato in Catalogna – Esquerra Republicana, Junts per Catalunya, Candidatura d’Unitat Popular, Partit Demòcrata Europeu – hanno totalizzato 74 seggi su 135, ma soprattutto per la prima volta hanno abbattuto il muro del 50% dei voti assoluti, avvicinandosi nel complesso al 52%.

La criminalizzazione spagnola ha ottenuto solo due cose. La prima è che il Partito Socialista di Catalogna, sempre più costola del PSOE spagnolo di Pedro Sanchez, ritornasse per un soffio a essere primo partito in voti (ma non in seggi) candidando l’attuale ministro della sanità spagnola, Salvador Illa. La seconda, ben più preoccupante, è che una forza fascista come Vox, fino a ieri in Catalogna praticamente inesistente, con una campagna elettorale ripugnante riuscisse ad entrare in Parlamento prendendosi il 7% dei voti mangiandosi parte dell’elettorato del Partito Popolare e di Ciudadanos, considerati ormai troppo moderati nelle loro prese di posizione contro l’indipendentismo.

Nel complesso però, i partiti contro l’indipendenza hanno diminuito i loro voti. La Spagna sembra proprio non capire che la strategia della paura, della repressione e del lawfare – la guerra giudiziaria che mira a criminalizzare l’idea indipendentista – non solo non dà i risultati sperati ma rischia di lasciare in eredità non solo una Spagna senza la Catalogna ma più anti-democratica e liberticida.

Intanto nell’indipendentismo si è giocata una partita per l’egemonia interna. Erc, la sinistra indipendentista, con il 21% dei voti ha vinto e chiede oggi di poter esprimere la presidenza del Govern. Cosa che non accadeva da 80 anni.

Erc aveva chiesto ai catalani di esprimere non solo un voto indipendentista ma anche un voto che desse la guida alla sinistra dell’indipendentismo. Guardando le cose da una terra “moderata” come la Sardegna la cosa può far sorridere, visto che chi più chi meno, tutte le tre sigle elette esprimono contenuti che vanno dalla sinistra radicale della CUP (7%), alla sinistra istituzionale di Erc (21%), ad una sorta di centrosinistra come quello di Junts per Catalunya (20%), la formazione di Carles Puigdemont. Mentre il PDeCat (2,7%), che non ha ottenuto seggi si pone più chiaramente nel campo del centrodestra. Sta di fatto che fra Erc e Junts si è giocata una partita anche dura per la leadership e oggi tocca a Erc formare il governo. Se l’operazione riuscirà Pere Aragones sarà il prossimo presidente del Govern, con i suoi 38 anni il più giovane della storia della Catalogna. A complicare la formazione del nuovo governo c’è tuttavia la volontà di Erc di allargare la coalizione a en Comú-Podem, la costola catalana di Podemos che pur non essendo indipendentista si dice comunque a favore di un referendum negoziato. Cosa che fa scattare una serie di veti incrociati di difficile gestione.

Perché dunque non puntare a un semplice governo indipendentista, come chiede ad esempio l’Assemblea Nazionale di Catalogna, una delle componenti maggiori della società civile catalana? Non è del resto l’indipendentismo legittimato dall’aver raggiunto il 52% dei voti? L’obbiettivo di Erc è quello di rompere il dualismo fra indipendentisti e non indipendentisti e far passare l’idea che in Catalogna c’è una larghissima maggioranza “democratica” a favore di una soluzione politica del conflitto: il che significa aministia per prigionieri e esiliati, referendum di autodeterminazione negoziato e svolto in condizioni di libertà dalla repressione. Questa posizione, per alcuni troppo morbida in campagna elettorale, ora pare essere condivisa da tutti, anche da chi immaginava una nuova dichiarazione unilaterale d’indipendenza.

In ogni caso il cammino che attende l’indipendentismo catalano non è facile. Ma questo ha dimostrato e continua a dimostrare di saper crescere e avanzare, nonostante le difficoltà e a prezzo di grandi sacrifici. Viene in mente un manifesto di raccolta fondi per la costruzione della Sagrada Familia negli anni Settanta. Recitava più o meno così: “Dicono che non riusciremo mai a concluderla. Non conoscono il popolo catalano”.

Fotografia di Maurizio Concas Nateri

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