Luglio 4, 2022

Stefania Porrino racconta il padre Ennio, grande musicista_di Antonio Maria Masia

Stefania Porrino, regista teatrale e drammaturgo, racconta la sua famiglia sarda e il padre Ennio, il grande musicista, l’autore del dramma lirico
“I Shardana – gli uomini dei Nuraghi”.

Una lettura che attraverso un percorso di vita e memoria dentro ricordi personali e familiari, riesce a far viaggiare la mente e il cuore del lettore dentro il proprio vissuto, inducendolo a riflessioni e pensieri a volte belli e gentili a volte amari e da dimenticare.

C’è nell’impegno letterario dell’autrice la forza della memoria e delle radici che danno un significato chiaro al presente e che rafforzano le “difese immunitarie” per il futuro che ancora ci è concesso.

Radici identitarie familiari, di luogo e di comunità.

Radici che si ha il coraggio di svelare e di comunicare all’esterno.

Non è facile, né agevole l’operazione culturale e psicologica, attraverso la scrittura, di esternalizzare, in maniera definitiva non più modificabile, la propria figura personale, ed anche artistica nel caso in questione, descrivendo la dimensione degli affetti familiari e amicali: è operazione coraggiosa e rischiosa.

Facile, essere interpretati e letti con lenti velate da riserve e strumentali ironie, o considerazioni e valutazioni che alludono alla retorica, alla vanità, alla inadeguatezza.

Nel libro coraggioso, leggero, ironico, di agevolissima lettura, di pregiata scrittura non c’è niente che, invece, debba essere interpretato negativamente.

La vicenda biografica, l’essere un “Effetto di sardi affetti” (trovo questo titolo veramente originale ed empatico), l’eredità artistica importante e pesante che la sorte ha concesso all’autrice, per via di due genitori notevoli artisti (parenti fra di loro) è solo in apparenza limitato, “geolocale” e privato nel tempo e nello spazio.

In realtà è invece leggibile come un vissuto che riguarda l’umanità nel suo insieme e quindi di interessante carattere generale.

Quante famiglie sono state l’incrocio e la derivazione di commistioni e contaminazioni parentali e di etnie?

Quante storie e quanti costumi e abitudini si mescolano, si rinnovano, s’incontrano e si separano? 

Nel libro si racconta con toni rapidi, divertenti, sicuri un albero genealogico e li dentro il lettore incontra con curiosità e simpatia i personaggi sardi e non sardi della famiglia dell’autrice, Onnis-Porrino-Onnis-Porrino, la Sardegna, la Campania, Roma e l’Argentario: i luoghi di un percorso umano.

Ennio Porrino (Cagliari 20 gennaio 1910 – Roma 25 settembre 1959)

Ed ecco venir fuori dalle pagine una serie di Onnis, originari di Fonnis, nel cuore profondo della Sardegna interna, che, a seguirli nella loro umana prolificazione, ogni tanto c’è da perdersi, fino ad arrivare al frutto “omega” della storia: Stefania Bèrbera. La nostra autrice! Il frutto sardo di sardi affetti!

Ma prima c’è una Onnis, madre del padre, e di un suo nipote diretto Onnis, padre della madre.

E, quindi, prima di Stefania Porrino: Ennio Porrino e Màlgari

Onnis.

Uno “Zio di 2° grado”, già importante e affermato musicista, poeta, compositore a livello nazionale, sotto i cinquanta e una “Nipote di 2° grado”, brava e promettente pittrice e scenografa, di anni: un po’ meno della metà dello sposo.

Un grande vero amore… di breve durata però. Ennio nell’imminenza dei suoi 50, lascia per sempre questo mondo… ma ci lascia anche un tenerissimo piccolissimo frutto: Stefania aveva appena due anni!

Anche su questo piano, niente di limitato e di mai visto.

Caso mai qualche sardo pettegolezzo. Non sono mai mancate dalle nostre parti sas limbas malas!  (le male lingue). Troppa differenza d’età… e poi parenti…

Questa la partenza, l’origine familiare dell’”Effetto dei sardi affetti”.

La curiosità è scontata e continua per tutta la lettura che, non lunghissima: meno di 100 pagine, procede a tempo di carica e si potrebbe consumare per qualsiasi lettore in un solo atto.

Per quanto mi riguarda è andata così: la storia raccontata e la scrittura di sicuro agevolano in questo senso. Provare per credere!

Naturalmente il mio interesse non è scaturito solo dalla conoscenza diretta dell’autrice e indiretta del super autore (Ennio) cui l’autrice (Stefania) costantemente si riferisce, in un afflato continuo, tenerissimo, di infinita riconoscenza e amore filiale.

Antonio Maria Masia e Stefania Porrino (Suelli 2018)

E neppure dal fatto che Stefania con affetto e sincerità lega indissolubilmente il suo racconto verità alla mia e nostra Sardegna (anche se questo aiuta un pochino), addirittura calcolando, ironicamente, l’alta percentuale di “sarditudine” presente nel suo sangue. Che peccato per l’ovale del viso di Stefania mancante dei tipici tratti somatici del genere femminile sardo: zigomi alti, capelli scuri e colorito olivastro!

Pazienza. Ci facciamo sardamente bastare il carattere determinato e forte nonché una giusta dose di “tessardagine”.

Antonio Maria Masia e Stefania Porrino (Suelli 2018)

E, ancora, non è, il mio convinto apprezzamento del testo, dovuto solo al fatto graditissimo che Stefania abbia in esso reso omaggio e riconoscimento al Gremio, la storica e benemerita Associazione dei Sardi di Roma, che temporaneamente rappresento, ricordando che Ennio Porrino è stato uno dei principali soci rifondatori dell’Associazione nel 1948 e poi anche consigliere.  Associazione che peraltro solo in quest’ultimo decennio, svegliandosi da un certo lungo torpore, ha iniziato a rendere meriti e onori ai suoi principali artefici e collaboratori, fra i quali, appunto, il Maestro Ennio Porrino, riannodando così il filo della relazione con la vedova e la figlia, grazie anche al provvidenziale lavoro di un sardo meritevole, Giovanni Masala, il “tedesco di Nuoro”, di cui si parla nel racconto.

Ed infine non sta nel fatto di ritrovarmi citato all’interno del testo, anche se mi fa piacere (chi è esente da piccole vanità, scagli…).

No!

Il merito del mio coinvolgimento totale e convinto nel racconto di Stefania sta nei bei valori che in esso lei esprime e materializza.

Sta nel valore della sua scrittura, piacevole e raffinata, senza fronzoli e sovrabbondanze, senza enfasi né autocompiacimento, allegra e delicata.

Sta nel valore che lei, da figlia, che si porta dentro la pena inestinguibile della perdita precoce del padre, rende al padre, alla madre, alla sua famiglia, un omaggio

meritatissimo.

Omaggio che porge al lettore in maniera lieve, mai invadente, con vera e sincera emozione, riuscendo a rendere familiare e amichevole la figura e la personalità di un grande artista che in Sardegna andrebbe meglio conosciuto e ricordato.

Insieme al suo fraterno amico: Marcello Serra, uno dei massimi divulgatori della Sardegna, grande poeta, incamminato purtroppo, anche lui, nel buco nero della dimenticanza attuale.

Marcello Serra (Lanusei 17 giugno 1913 – Cagliari 24 agosto 1991)

Amico che giustamente Stefania ricorda spesso, così come ha fatto anche in questo libro, sottolineando la commozione da lei provata (ma da tutti condivisa) nel rivedere, in proiezione al Gremio, il capolavoro identitario del poeta di Lanusei: “Sardegna quasi un Continente” con il commento musicale dalle musiche di Ennio Porrino. 

Di suo padre!               

Antonio Maria Masia

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