Gennaio 26, 2023

La fine della Metalla neapolitana e lo sfruttamento di Montevecchio pre industriale_di Tarcisio Agus

La febbre dei metalli in epoca romana ebbe grande risonanza, in particolare fin dal 269 a.C. la Repubblica romana aveva adottato l’argento come base monetaria, questo determinò una sorta di febbre dell’oro e la Sardegna fu letteralmente invasa da “metallari”, tanto che nel 369 d.C. Valentiniano I diede ordini tassativi perché le navi dirette in Sardegna non trasportassero dei lavoratori addetti alle miniere di metalli preziosi, rimangiandosi in parte le sue precedenti disposizione del 365 con le quali concedeva libertà di ricerca. Non si hanno per il periodo successivo dati sullo sfruttamento minerario in Sardegna, probabilmente iniziò la sua prima regressione dovuta alle numerose carestie e alle invasioni barbariche che rendevano pericolosi i commerci con l’isola. Questa situazione interessò anche la Metalla neapolitana che vide un progressivo abbandono, in particolare nell’area mineraria entro l’abitato di Guspini dove i filoni potevano essere sfruttati, per la morfologia del terreno, solo in verticale con l’ausilio di pozzi che se non manutentati, in particolare svuotati dalle acque invernali e dalle frane, diventavano impossibili ad essere sfruttai. La caduta dell’impero romano e l’avvento barbarico che interessò l’isola con l’invasione dei Vandali nel 456, al comando del re Genserico sino al 534 d.C, non ci ha lasciato alcun dato sulle attività minerarie. Così pure avvenne con la riconquista di Giustiniano quando la Sardegna entrava a far parte dell’impero bizantino. Con molta probabilità a Guspini continuò solo l’attività di cava dei materiali da costruzione, in particolare la calce adoperata per l’edificazione  e per gli intonaci, che si estraevano dagli affioramenti in Su Bijau de is perdas biancas (rione delle pietre bianche), oggi via Rossini e dal costone nord del colle sede del duomo di San Nicolò, così pure le argille con la produzione di mattoni e tegole. Sicuramente si mantenne e forse crebbe l’attività fabrile con la produzione degli attrezzi di cava, per l’agricoltura e le attività domestiche.

Il comparto minerario, con la caduta dell’Impero romano, entra in un periodo buio, con la Sardegna ormai soggetta ad attacchi barbareschi che durarono oltre tre secoli a cominciare dal 705 d.C. L’estrazione mineraria riprende nuova vita intorno all’anno 1000, con la presenza dei genovesi ed in particolare dei pisani che contrastarono sui mari e nella terraferma le continue scorribande saracene. Nel frattempo la Sardegna non controllata più dai bizantini si auto governava con la costituzione dei quattro Giudicati, a cominciare dal IX secolo d.C.,  lo ricorda l’epistola di  papa Gregorio VII del 14 ottobre 1073, inviata ai quattro giudici.

Il nostro territorio entra a far parte del Giudicato di Arborea alleata ora con Genova ora con Pisa, questo consentì la riapertura dei commerci ed in particolare con i pisani si ha la ripresa più consistente delle escavazioni. Come detto i filoni di Guspini non sono più sfruttabili, sicuramente ormai ricolmi ed in profondo stato di abbandono vengono gradualmente occultati dall’abitato che si espande, di questo periodo restano diversi pozzi che sfruttarono gli scavi minerari abbandonati  ricolmi d’acqua, li ritroviamo ancora entro i cortili e nei muri di confine fra abitazioni o vie pubbliche. Mentre a Montevecchio la formazione del filone, che si sviluppa lungo il crinale montuoso, consentiva ancora lo sfruttamento, non solo in verticale ma anche in orizzontale ed a quote diverse, favorendone lo scarico delle acque che nel periodo invernale immancabilmente lo interessava.

Uno dei primi riferimenti che contemplavano anche le miniere di Montevecchio  lo ricorda Comita III de Lacon-Serra, sovrano arborense, che nel 1131, con le sue mire espansionistiche chiese aiuto a Genova per la conquista del Logudoro, proponendo in cambio la metà delle miniere d’argento del regno, “medietatem montium in quibus invenitur vena argenti in toto regno meo”, che non potevano che essere quelle di Montevecchio levante e Ingurtosu.

Da sempre in Sardegna il metallo più ambito era l’argento, tanto da poter ipotizzare che i 4.000 marchi anticipati dal comune di Genova per l’incoronazione di Barisone I de Lacon-Serra a re di Sardegna, avvenuto nella chiesa di San Siro a Pavia il 10 agosto 1164 dall’imperatore Federico Barbarossa, potevano esser stati coniati con il prezioso minerale delle nostre miniere, uniche per il minerale argentifero nello Stato d’Arborea. 

Barisone I non riuscendo a rifondere subito il grosso debito venne tenuto  prigioniero dai genovesi per sette anni. Poté tornare in patria dopo aver saldato il dovuto con la Repubblica di Genova, nel 1172, con la consegna di circa 672 kg di argento.

Con l’avvento dei pisani, che si alternarono ai genovesi nell’alleanza con il Giudicato d’Arborea, l’escavazione mineraria riprese vigore, in particolare nell’area di Montevecchio levante con il riutilizzo delle miniere romane e numerose nuove fosse. Non abbiamo elementi per  sostenere che l’attività estrattiva, in qualche parte dell’abitato, venne ripresa anche a Guspini, presumibilmente perdurano i luoghi di fusione e del recupero dell’argento, considerata la grande disponibilità delle acque e del legname a ridosso dell’abitato. 

A rilanciare le produzioni minerarie, con molta probabilità, fu Guglielmo di Capraia dal 1241 reggente del giudicato e riconosciuto dal papa Innocenzo IV  giudice di facto il 29 settembre 1250, in quanto l’erede al trono d’Arborea, Mariano II era ancora minorenne. Guglielmo di Capraia, capo dell’armata guidò, nel 1258, la conquista del regno filogenovese di Cagliari coi Gheradesca conti di Donoratico e con i Visconti di Pisa con i quali era imparentato. Nella spartizione del regno di Cagliari, il Capraia estese i suoi territori dall’Arborea sino alle porte di Cagliari,  i Visconti ebbero la parte nord occidentale e i Donoratico la zona sud-ovest dell’isola, con tutte le miniere dell’iglesiente.

Guglielmo di Capraia mirò a rafforzare la presenza pisana non solo in Arborea ma nell’isola, incrementando le attività mercantili con i traffici che facevano capo ai porti di Oristano e Neapolis, in particolare il Capraia apri ai commerci con la Francia attraverso l’accordo con i marsigliesi.

In qualità di giudice d’Arborea possedeva e sfruttava la miniera di Montevecchio che conosceva bene visto che in prossimità di essa, in regione  Struvoniga deteneva la sua riserva di caccia (Struv(a), terreno cespugliatoe (D)oniga, appartenente al Giudice). La tendenza espansionistica del Capraia necessitava di ingenti risorse economiche e l’argento di Montevecchio – Ingurtosu sicuramente contribui al bisogno. Sino agli anni del 1960 si manteneva ancora visibile la miniera pisana di Arcu Sa Tella, presso Montevecchio, mentre a Guspini operavano i Maestri del Monte presso ex montegranatico sulla via detta de sa Mena (della miniera), oggi via Montevecchio. I Maestri del Monte erano gli addetti al controllo delle escavazioni minerarie previsti dalle norme contenute nel Breve di Villa di Chiesa, redatto dai Donoratico,  che il Capraia, da amico e parente, applicò anche alle miniere di Montevecchio per regolarne la vita e lo sfruttamento, in modo particolare nella produzione dell’argento.

Delli Maestri del Monte e del loro ufficio. “….. Li quali Maestri possono sentenciare et definire ed intendere tucte liti et questione che seranno in delle montagne, sotterra et sopra terra; et possono sentenciare et dare ragione ad chi l’ae: et ciò possono fare per loro tanto, segondo la forma del Breve, senza alcuno adjuncto, o per la magiore parte dilloro, si che siano cinque almeno….”.

La  presenza pisana aveva inciso anche nella nostra comunità e nell’abitato guspinese che andava crescendo sempre più, ove, come nei centri più importanti dell’isola, si andò formando un ceto mercantile locale nonché dei compartecipi nelle imprese minerarie e che nel porto di Neapolis, ancora attivo, imbarcavano molti dei prodotti del territorio. Questo non significava che la nostra comunità vivesse nell’agio e prosperità, si era sempre sottomessi ed i pisani, abili commercianti, sfruttarono a fondo le risorse locali. L’era pisana volgeva gradualmente al termine in quanto sulla Sardegna in quel periodo gravava il disposto del Papa Bonifacio VIII, che nel 1297 concedeva l’investitura della Sardegna al re d’Aragona Giacomo II. La Sardegna per i catalano – aragonesi era diventato territorio ambito per ragioni strategiche ed economiche, inoltre la sua posizione geografica le garantiva un maggior controllo del mediterraneo occidentale per cui il 15 giugno 1323 l’Infante Alfonso, con l’aiuto delle forze guidate da Ugone II d’Arborea, sbarcò a Palmas nel Sulcis per iniziare l’assedio a Villa di Chiesa (Iglesias). Ciò comportò da parte dei pisani, in particolare nel giudicato d’Arborea, visto la scelta del Giudice Ugone II di allearsi con le forze aragonesi, di fare incetta di granaglie, derrate alimentari e minerarie sino all’accordo di pace del 9 luglio 1324 che relegava i pisani nel Castello di Cagliari, con la rinunzia delle sue proprietà comprese le miniere.

Antica miniera pisana – Montevecchio

Dopo Iglesias fu la volta di Cagliari, che di fatto dava l’avvio alla conquista catalano aragonese della Sardegna, anche se permaneva l’argine del Giudicato d’Arborea. L’ingombrante nuovo alleato  nel frattempo introduceva nell’isola il sistema feudale, con tutta una serie di imposte, in particolare legate al mondo agro pastorale per cui si trascurano vecchi redditi derivati dal patrimonio e dalle miniere. Questo aspetto alimentò contrasti continui tra feudatari venuti dall’esterno, per servigi dati alla corona, con numerose ville e terre governate anche da feudatari lontani dall’isola ed amministrate da strozzini e sanguinari. Una situazione tumultuosa che da subito contrappone il Giudicato d’Arborea alla corona d’Aragona,  per circa cinquanta anni, sino al 1410/20.

Alfonsino d’argento

Con molta probabilità l’attività mineraria proseguiva, pur in maniera ridotta, per via delle continue guerre apertasi fra gli arborea e gli aragonesi nella conquista dell’isola. A mantenere viva l’attività estrattiva erano gruppi di piccoli imprenditori o singoli, tendenti in particolare al recupero dell’argento che anche i catalano aragonesi utilizzavano nella monetazione (Alfonsino d’argento e successivamente il Reale) e della galena che commerciavano con i figuli, i vasai di Oristano e Cagliari. Mentre a Guspini si rafforzavano le fucine che lavoravano per conto terzi nella separazione del materiale estratto, lo attesterebbero i numerosi ritrovamenti del litargirio in diversi ambiti dell’abitato. La lunga guerra e le pestilenze che avevano colpito l’isola dalla metà del 1300 sino al 1410 decimarono la popolazione e molti paesi risultavano disabitati. L’attività estrattiva di fatto era ormai marginale tanto che non se ne fa menzione neanche nella Carta Delogu, che raccoglieva le norme di vita nel giudicato, edite da Eleonora d’Arborea nel 1392. Nel 1410 dopo la vittoria dei catalani nella battaglia di Sanluri, Guspini fu posto sotto il controllo del re ed amministrato da funzionari regi e non infeudato a servitori catalani come avvenne per buona parte delle ville e territori della Sardegna. Non è da escludersi che Guspini fosse l’unico centro del territorio che resistette alle pestilenze ed in grado di sfruttare ancora le importanti risorse terriere e quella mineraria, non si dimentichi che ci troviamo in un momento di grave crisi economica e finanziaria, vi erano ingenti spese militari da rifondere compreso il salario dei soldati e l’argento era ancora considerato elemento importante per far fronte ai debiti. Cosi come erano importanti  le produzioni di strumenti ed attrezzi, attraverso i fabbri ferrai, per le attività agricole e per le armi, altrettanto dicasi per le produzioni di calce, laterizi, cereali, grano e pelli. Di fronte ad una situazione di grande crisi il re Fernando I,  per risolvere i problemi più gravi delle finanze regie, fece ricorso a prestiti di ricchi mercanti o feudatari, e nell’ottica di un riassetto dell’ordinamento amministrativo decise di riscuotere in diverse parti dell’isola, come già avveniva per Guspini, le rendite direttamente attraverso due “administratores reddituum proventuum et iurium regiorum”.

Questo comportò la rivolta e le ostilità dei feudatari nei confronti della Corona,  vedendo ridursi il loro potere sulle ville ed il territorio loro assegnato.  Avendo però il re bisogno della loro presenza per il controllo dell’isola cedette ai feudatari e così anche Guspini finì per essere infeudata nel 1421, a Raimondo Guglielmo de Moncada.

Per risentir parlare di miniere dobbiamo attendere circa duecento anni quando la Sardegna  transita sotto il dominio spagnolo. Questo periodo costellato da un consolidato sfruttamento feudale aveva impoverito anche la nostra regione che, come altre, viveva un malessere sociale diffuso aggravato dalle calamità naturali, in particolare carestie e pestilenze.

Il primo documento del 1600, opera dello spagnolo Carrillo che  visitò la Sardegna nel 1611 su incarico del re, affermava che le miniere vennero abbandonate perché morti i maestri della Biscaglia, a cui furono affidate, nessuno più se ne curò.

Solo nel 1614 ritroviamo l’atto con cui Filippo III assegnava le miniere comprese tra Oristano e Capo Teulada, a Martino Esquirro di Cagliari per 30 anni, al quale gli succedette il fratello Giacomo nel 1626. La vastità dell’assegnazione che conteneva anche l’area di Montevecchio fu senz’altro di difficile sfruttamento e controllo, tanto che a Montevecchio e Ingurtosu operavano diversi cavatori abusivi, in particolare si ricorda il barbiere di Sangavino Nicola Labra e per porre rimedio a tale situazione, nel 1628, il Procuratore Reale emanava un Pregone con il quale proibiva a chiunque di scavare miniere in Sardegna ed in particolare ad Arbus, perché la concessione era accordata a Giacomo Esquirro.

Questa assegnazione, il 2 maggio 1629, venne messa sotto controllo dal Procuratore Reale, assegnando al podestà della Baronia di San Gavino le pesature della galena cavata.

Dopo la morte dello Esquirro avvenuta nel 1642, il re di Spagna Filippo IV consegnò le miniere sarde a Bernardino Tolo Pirella e Nicolò da Nurra per 40 anni, ma le produzioni furono del tutto marginali, con molta probabilità queste assegnazioni in fase spagnola, vennero date senza tanta  convinzione a personaggi non in grado di sfruttare i vasti giacimenti minerari sparsi per l’isola, del resto la Spagna aveva ingenti miniere nel proprio territorio e l’oro dei paesi del sud America.

Il 20 dicembre 1691, le miniere comprese tra Oristano e Capo Teulada, vennero nuovamente assegnate  con una licenza di ricerca al sassarese di origini spagnole Don Antonio Michele Olives, evidentemente la sua azione si attestò nel nostro territorio tanto che il 16 marzo del 1707 venne emanata un’altra ordinanza affinché non fossero messi ostacoli a Don Olives nel cavare galena nelle miniere di Arbus.

Le concessioni minerarie, potremmo dire di favore, vengono a cessare con il periodo sabaudo, con il re deciso a ridare valore alle produzioni minerarie. Una delle prime concessioni, a seguito della richiesta presentata alla casa Savoia in data 18 agosto 1720, fu quella dei sardi Nieddu e Durante, già titolari di una concessione spagnola del 29 Luglio 1704. La società Nieddu-Durante coltivava direttamente ma in parte concedeva l’escavazione anche ad altri, riservandosi di acquistare la galena ad un prezzo pre concordato, questo creò non pochi problemi con i guspinesi e arburesi ai quali assegnava parti di escavazione in aree non particolarmente ricche di minerale, per riprendersele poi se incappavano in filoni ricchi. L’Ing. Rolandi nel volume  La Metallurgia in Sardegna  riporta che gli imprenditori sardi nel ventennio 1721 – 1741 ottennero buoni risultati con una produzione di 6.028 tonnellate metriche di galena e 216 chilogrammi di argento.

Nel 1741, alla scadenza della concessione Nieddu – Durante, non vi fu rinnovo perché il governo sabaudo preferì assegnare il ricco patrimonio minerario ad una società di anglo-svedesi costituita dal commerciante inglese Charles Brander, Charles Mandel (svedese) e Charles Höltzendorf (inglese). L’ accordo fu firmato a Cagliari il 30 luglio 1740.

Montevecchio dopo la concessione data agli anglo svedesi, nel 1744, su incarico degli stessi fu riattivata da Critian Böse, sassone di Hildeshein esperto di miniere ed attività metallurgiche, nonché ispettore delle miniere del Regno, mentre era impegnato nella realizzazione della fonderia di Villacidro.  Fu il Böse ad introdurre nuove tecniche di coltivazione compreso l’uso delle mine che insegnò ai minatori, in particolare a fabbricare i “bottaroni”, cioè le mine e farli saltare.

Perdurava oltre che la gestione diretta anche l’assegnazione di parte della concessione ed il Mandel con una nota del 29 luglio 1759 ricorda che a Montevecchio operavano Ignazio Agus, Gavino Cadedda, Antioco Manis, Domingo Marras, Antioco Puzzu, Ignazio Serpi, Raimondo Vacca e diversi collaboratori.

A Villacidro, a seguito della costruzione della laveria si era insediata una compagnia di ebrei guidata da Isacco Nieto, della comunità ebraica di Londra, che intraprese ricerche in diverse località del territorio e del Sulcis, in particolare pare che la loro attenzione fu rivolta prevalentemente su Montevecchio, dove rilevarono l’alta percentuale argentifera della galena.

Di questa fase storica abbiamo importanti dati nelle quattro relazioni redate dal cav. Pietro Belly (1760-1763), nominato sovrintendente per le miniere in Sardegna nel 1759, ufficiale di artiglieria, formatosi nell’arte mineraria alla corte del conte Robilant, con il quale fece nel 1749 un lungo viaggio di istruzione nelle miniere dell’Europa nord-occidentale.

Delle relazione del Belly, che hanno interessato anche la vicina miniera di Ingurtosu, la più articolata è quella datata 28 novembre 1760 nella quale indicava il filone di Montevecchio  fra i più ricchi e meritevoli d’attenzione. Nella relazione si sottolineava inoltre la scarsa attenzione del Mandel che ancora deteneva la concessione di Montevecchio ed Ingurtosu,  per  non aver capito la ricchezza a lui affidata, segnalando i  deludenti risultati ottenuti.

Le due miniere di Montevecchio e Ingurtosu erano accomunate da un punto debole dello sfruttamento, a suo dire pesava  l’assenza totale della ricerca che lui avrebbe voluto intraprendere, ma non disponeva delle necessarie risorse. Così pure denunciava la scarsa conoscenza del territorio, l’arretratezza tecnologica e la povertà di manodopera specializzata. Per far fronte alle suddette carenze, proponeva di dare in concessione “ad economia” tutto il filone che andava da Montevecchio ad Ingurtosu, convinto che l’operazione avrebbe richiamato importanti investimenti, perché il filone avrebbe reso crescenti rendite. Dopo un sopralluogo, il Belly si rese conto che  attaccare il filone per tutta la sua lunghezza sarebbe stata un’opera titanica che avrebbe richiesto l’impegno di almeno duemila uomini e la realizzazione di case e servizi. Per questa ragione al termine del sua visita suggerì di iniziare la coltivazione solo agli estremi del filone, ad oriente un tratto di 500 lachter (un lachter è pari a 1,886 metri) e ad occidente un tratto di 250 lachter, riconosciuto come  l’estremità occidentale del filone alla pari di quello orientale, che si presentava con interessanti prospettive di sfruttamento.

Dalle relazioni apprendiamo anche la situazione mineraria di Montevecchio, in particolare lo stato delle gallerie e dei pozzi, sui quali esprime decisi pareri come sulla galleria n.4, a suo avviso doveva essere abbandonata a causa della forte inclinazione e sostituita con una nuova. Mentre da un parere positivo sulla galleria n.6 perché utile per la sua profondità, permetteva il collegamento con i pozzi n. 8, 9 e 10, creando così un sistema di sfruttamento che avrebbe dato importanti quantità di galena. Altrettante indicazioni abbiamo per la galleria n.27, nella quale proponeva di realizzare due diramazioni che avrebbero consentito  di comunicare  con i pozzi 14,16 e 17. Su Piccalinna esprime un lusinghiero parere perché considerava quel filone ricchissimo, incuriosito peraltro dalle tracce di antichi lavori  che meritavano di essere ripresi. In particolare nel pozzo 19,  per la sua profondità ed abbandono si era colmato di acque, pertanto necessitava  di impiantarvi delle pompe e non potendo avere la disponibilità della forza motrice impiegò i cavalli, consentendo così di estrarre il minerale che considerava il più ricco d’argento. Per questo sito aveva ipotizzato la chiama di circa 30 minatori piemontesi esperti che avrebbero dovuto insegnare le tecniche minerarie ed attuare una ferrea disciplina per contenere i Terrazzani, così chiamava le maestranze locali. Per evitare l’esperienza del Mandel che nella gestione della miniera di Montevecchio ebbe una infinità di incidenti anche mortali, compresa la ruberia del minerale, il Belly al termine della sua relazione proponeva che il sovrintendente della fonderia di Villacidro, visto che il rio Leni andava in asciutto dal mese di maggio, per cui si chiudeva sino a dicembre,  per sei mesi  soggiornasse sulle alture di Guspini per un maggior controllo e per i pagamenti dei cantieri su Montevecchio. I lavori  ebbero inizio nell’aprile del 1763 con alcune squadre di minatori sui filoni già noti e diretti da 4 esperti della compagnia delle miniere. Nello stesso anno si apprende del contratto di concessione del 7 aprile 1763 a favore del cavaliere Francesco Rodriguez per l’escavazione di una miniera in regione Sa Fraiga nel territorio di Guspini. La seconda concessione detta di Montevecchio fu assegna ad un certo Stefano Godenel, proseguita poi alla sua morte dal signor Gaidon. Nell’ultima relazione  del 20 ottobre 1770,  il Belly  segnalava che lo stato dei lavori a Montevecchio non era buono e da gennaio si erano iniziati i lavori a Sa Fraiga, commissionate dal conte Bogino per conto delle regie finanze sotto l’egida del soldato minatore Sarosa.

Pianta della miniera Safraiga – Guspini

Anche su Montevecchio come per Ingurtosu il Belly suggeriva di bandire nei comuni di Arbus e Guspini una raccolta di manodopera incentivandola con il riconoscimento della proprietà della galena estratta e di un bonifico in denaro per l’impegno di proprie squadre. Proposta non gradita alle Casse Regie chiamata ad accollarsi le spese di produzione. Nell’arco di 13 anni dal 1771 al 1773 il Belly promuove scavi per oltre 500 metri di gallerie e pozzetti ottenendo 2.000 tonnellate di galena mercantile.

In quel periodo furono date  due ulteriori concessioni quella  in regione Sa Fraiga del 1781  al signor Pajdon e quella decennale data il 18 settembre 1798 a Pasquale Ciccu, argentiere di Sangavino, su Montevecchio.

Queste due miniere vennero poi concesse dal Governo sardo, il 22 aprile del 1806, al Conte Edoardo Romeo Vergas Bedemar, direttore del museo di Copenaghen, per 25 anni. Concessione successivamente revocata il 26 ottobre 1809 per mancanza di fondi e garanzie necessarie, rientrando così nelle mani del’Intendenza generale del Regno.

Per 16 anni i lavori di estrazione mineraria nei cantieri noti  “Sa trincia de s’arriu”, presso Sciria, Piccalinna, Sa Fraiga e Montevecchio rimasero inoperose e la vegetazione si riappropriò dell’ambiente oscurandone le tracce, tanto che l’ispettore generale delle miniere del regno, Carlo Maria Giuseppe Despine nel 1825 di Montevecchio ne riportava un impressione negativa. Così avvenne nel 1830 quando fu chiamato ad aggiornare il rapporto del Despine, il cagliaritano ingegner Francesco Mameli del corpo Reale delle Miniere, non rilevando nessuna attività su Montevecchio si limitò a riportare quanto già detto dal Belly nel precedente secolo. Esito ben diverso ebbe quando nell’ottobre del 1831 lo stesso Mameli fu nominato direttore delle miniere sarde, organizzando nell’anno successivo un ufficio e un laboratorio di analisi a Cagliari. Infatti nel 1833 attuò una campionatura sistematica sulle aree di Montevecchio, segnalando le favorevolissime prospettive del giacimento. Relazione che destò nuovo interesse a cominciare da alcuni abitanti di Arbus che nel 1840 ripresero a cercare il minerale negli antichi lavori. Così pure si dedicarono, nel 1841, alle escavazioni minerarie nell’area, un nobile di Senorbì, Efisio Paderi ed un sacerdote di Guspini, Giovanni Antonio Pischedda Terzita, nato a Tempio, pare su indicazione dell’arburese Battista Martino. Il Pischedda contando sulle risorse economiche della facoltosa famiglia di commerciati di sughero, avanzò nel settembre del 1842, domanda di concessione mineraria su tutta l’area di Montevecchio. L’ingegner Mameli prendendo atto delle puntuali conoscenze del Pischedda, l’8 ottobre dello stesso anno le concesse un permesso di ricerca per sei mesi, con la facoltà di esportare i primi 25 quintali di galena che si fossero scavati. Nel frattempo, facendo tesoro dei consigli del Mameli, che per poter sperare di avere una concessione duratura fossero necessari cospicui capitali e forte delle relazioni commerciali del padre, si recò a Marsiglia alla ricerca delle risorse necessarie a supportare la richiesta di concessione avanzata.

Antichi scavi

L’intraprendenza del sacerdote Pischedda ebbe successo riuscendo a costituire il 15 dicembre del 1842 una società con 8.000 franchi di capitale, di cui 4.000 versati in contanti dai soci marsigliesi Luigi Antonio Assereto, Battista Borelli, Filippo Canepa e Pietro Donà, mentre il resto apportati dal Paderi e dal Pischedda sotto forma di concessioni che loro affermavano di possedere di Is Arenas e Montevecchio. Un bluff che il Pischedda cercò di mascherare chiedendo al Mameli la proroga del permesso di ricerca su Montevecchio, accordato il 28 febbraio del 1843. I soci marsigliesi per controllare da vicino lo sviluppo dell’impresa inviarono a Montevecchio Filippo Canepa e il cassiere Lorant Lajarige, raggiunti poi dal direttore Laugier che iniziò a sgomberare antichi scavi, alcuni pozzetti e gallerie, con l’impiego di una trentina di operai e ragazzi che riuscirono ad estrarre alcune tonnellate di galena. Per supportare i lavori fece costruire una capanna in località Sa Fraiga ad uso direzione, magazzino e ricovero dei lavoratori. Sembrava il preludio di un’importante investimento finché la malaria non cominciò a colpire operai e lo stesso direttore, in più nacque forte antagonismo fra i soci e non ultimo le difficoltà finanziarie. Condizioni queste che indussero il direttore ad abbandonare, così pure fece il francese Lajarige. Per far fronte alla crisi in atto il Pischedda tornò a Marsiglia  per un aumento di capitali, trovando in Assereto e Danà disponibili ad implementare il capitale sino a 50.000 franchi, ma loro erano disposti a parteciparvi con 5.000 franchi a testa. Il Pischedda si diede da fare per cercare altri finanziatori, in quanto lui non disponeva se non di esigui capitali, ma la ricerca fu infruttuosa, finché casualmente non incontrò, in un negozio di stampe, il giovane sassarese Giovanni Antonio Sanna, anche lui a Marsiglia deciso a trovar fortuna lontano dalla sua città e dalla famiglia. L’intraprendente Giovanni Antonio era appena ventenne e già padre di Ignazia, avendo sposato nel 1840 la spagnola Maria Llambi.

Il Sanna si rese disponibile a dare una mano d’aiuto al Pischedda tanto che  ebbe subito successo, coinvolgendo peraltro i vecchi soci della società costituita dal Pischedda. Con un atto privato del 19 novembre del 1844 venne costituita una nuova società con capitale di 50.000 franchi, sottoscritti per 15.000 franchi ciascuno da August Charavel e Alfred Dussard e per 5.000 da Luigi Antonio Assereto, Pietro Donà, Lorant Lajarrige, fratelli Legros e Giovanni Antoni Sanna. La costituzione della società  avrebbe consentito anche l’emissione di 100 azioni di 1.000 franchi ciascuna dette di capitale e industriali, venne però subordinata al documento di avvenuta concessione di Montevecchio  da parte del Pischedda per almeno 40 anni. 

Il Pischedda rientrò in Sardegna, presumibilmente per chiedere aiuto al Mameli, mentre il Sanna cercò un collaboratore minerario, trovandolo nella persona del Willemait per procedere allo studio geologico di Montevecchio e  la compilazione del piano di coltivazione della miniera. L’Willemait iniziò il suo lavoro nel gennaio del 1845 concludendolo due anni dopo. Nel frattempo il Sanna chiuse a Marsiglia tutti i suoi affari per dedicarsi interamente a Montevecchio e nonostante fosse in attesa delle seconda figlia Amelia raggiunse Guspini nel marzo del 1845 per incontrarsi con Willimait e portare a termine il lavoro. Il risultato fu altamente positivo ma a condizione che vi fossero investiti molti più capitali di quelli sottoscritti dalla società. L’incontro poi del Sanna con l’ingegner Mameli servì per avere più chiare le idee, ossia per la riuscita dell’impresa oltre che disporre di cospicui capitali bisognava avere la concessione di lunga durata o ancora meglio se perpetua. Il consiglio finale fu quello di aumentare il capitale almeno a mezzo milione di lire altrimenti le autorità superiori non avrebbero espresso al sovrano parere favorevole. Il Sanna il 6 dicembre rientrò a Marsiglia per chiedere ai soci l’aumento del capitale ma la sua proposta non venne accolta, non perse tempo e cercò altrove il capitale necessario, trovandolo cinque giorni dopo nella disponibilità del capitalista francese Rigolet de Saint Pons per  costituire una terza società con 500.000 lire di capitale ed al Pischedda, in quanto apportatore della concessione di Montevecchio, sarebbe stato assicurato un congruo numero di azioni. Il Pischedda impegnato nell’ottenimento della concessione non ebbe molti riscontri, anzi la richiesta di concessione da parte di un sacerdote pare che alla Corte di Torino la consideravano disdicevole. Nel maggio del 1846 il Sanna rientrava a Montevecchio per incontrare l’ingegner Baldracco del Corpo Reale delle Miniere, inviato in Sardegna per una relazione generale sulle miniere dell’isola. A Montevecchio l’ispezione durò 24 giorni confermando, nonostante le difficoltà, la bontà del giacimento. Il Sanna tornò a Cagliari con l’ingegner Baldracco ove le venne confermato dal marchese Villamarina, il 15 ottobre 1846, che una concessione al Pischedda non avrebbe avuto buon esito ed inoltre la società marsigliese non riuscì ad implementare il capitale fermandosi a 350.000 lire. Pertanto, nel confermarli l’importo minimo del capitale in 500 mila lire, rimarcò il fato che la concessione non poteva esser data ad un sacerdote. Tutti gli sforzi e gli impegni assunti con la società marsigliese si infransero, ma non scoraggiarono il Sanna, sempre più determinato a diventare imprenditore minerario, affascinato da Montevecchio e della sua potenzialità.

Antiche coltivazioni minerarie

Così si rimise in cerca di nuovi capitali, stavolta si recò a Genova, altro importante porto commerciale attivo quanto Marsiglia, ove fu presentato al banchiere Luigi Bartolomeo Migoni, stregato dell’interessante progetto chiuse la trattativa con la disponibilità per  un capitale di 600.000 lire, con 1.200 azioni sottoscritte da 21 soci, mentre il Migone ne acquistò 610 e il Sanna 150 con 70 a pagamento e 80 gratuite, a parziale compenso delle spese sostenute per le esplorazioni minerarie ed il progetto.

Il 26 giugno del 1847, presso il notaio Gorgoglione di Genova, veniva costituita la “Società in accomodata per la coltivazione della miniera di piombo argentifero, detta di Montevecchio”.

Ora restava l’ottenimento della concessione, alcuni ce la ricordano un po romanzata in quanto per ottenerla il Sanna pare che avesse scomodato il maggiordomo sardo del re Angelo Medda, fatto sta che non fu semplice ed il 1847 trascorse con scarsi risultati. Mentre il 1848 premiò l’intraprendenza del giovane sassarese ed in gennaio il Consiglio delle miniere espresse parere favorevole alla concessione al Sanna, così pure avvenne nel Consiglio di Stato in data 28 aprile 1848. In quel periodo il re era accampato sotto Peschiera, impegnato nella 1° guerra di indipendenza, nonostante la situazione il re rilasciava al Sanna sul campo di battaglia la concessione a titolo perpetuo della miniera di Montevecchio, per una superficie di ben 1200 ettari, ricadenti su tre quadrati contigui di 2 chilometri per lato. Il 7 giugno la concessione perpetua venne pubblicata all’albo pretorio del comune di Guspini. Completate le pratiche a Torino il Sanna tornò a Genova dove sottopone alla società il progetto ottenendone piena approvazione. Con l’appoggio del deputato di Isili Giorgio Asproni ottenne l’assenso governativo per l’ingaggio di un esperto capo minatore sassone Emanuele Fercher, quale responsabile operativo,  ed il 16 dicembre del 1848 con 16 minatori sassoni chiamati dal Fercher  diede avvio ai lavori.

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