Febbraio 27, 2024

Una pace possibile_di Armando Santarelli

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Da più di un anno ascoltiamo le opinioni più diverse circa le responsabilità della guerra in Ucraina; si parla meno, invece, dei possibili accordi in virtù dei quali poter arrivare alla fine del conflitto. È su questo punto che vorrei esprimere il mio parere.

Non possiamo non partire da una domanda, scontata quanto si vuole, ma imprescindibile: chi ha invaso l’Ucraina, un Paese indipendente, democratico, sovrano? Chi ha infranto il diritto internazionale?  È stata la Russia, è stato il suo presidente, Putin. Perciò il primo, vero passo verso una pace giusta non può non consistere nel ritiro delle truppe russe dai territori occupati. Si può obiettare: come può Putin ordinare un ritiro, come potrebbe giustificare agli occhi del suo popolo il sacrificio di centinaia di migliaia di soldati? Comprensibile, ma ripeto: chi ha commesso l’errore iniziale, chi ha scatenato la guerra? Chi sbaglia paga, a maggior ragione deve pagare quando ne derivano conseguenze come quelle cui assistiamo ogni giorno.

Andiamo ora al punto cruciale: che cosa si può fare per porre fine alle operazioni belliche? Il Dipartimento di ricerca sulla pace e sui conflitti dell’Università di Uppsala, in Svezia, studia da decenni i problemi relativi allo scatenarsi e al risolversi delle guerre, e ha constatato che spesso i trattati di pace ben concepiti e applicati sono più efficaci della vittoria di una delle parti in conflitto. Peter Wallensteen, Senior Professor del Dipartimento, ha rilasciato dichiarazioni importanti ai microfoni della trasmissione Presa Diretta, dichiarazioni che potrebbero mostrarsi decisive per avviare un serio e duraturo processo di pace. Premesso che il conflitto fra Russia e Ucraina è “un caso flagrante di aggressione”, Wallensteen suggerisce la convocazione di una conferenza internazionale che riparta – e non è affatto un paradosso – dai Trattati di Minsk I e II.

Gli accordi, ha osservato, rappresentavano un’ottima base per la composizione degli interessi in gioco, perché salvaguardavano i diritti della popolazione locale in un’Ucraina unita. Le regioni di Donetsk e Luhansk sarebbero rimaste parte integrante dell’Ucraina, ma dotate di uno Statuto speciale.

Dello stesso avviso si sono mostrati due autorevolissimi esponenti dell’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Il primo è Martin Sajdik, diplomatico austriaco, dal 2015 rappresentante della Presidenza dell’OSCE presso il gruppo di contatto trilaterale Ucraina, Federazione Russa e OSCE. Sajdik ha seguito la fase operativa degli accordi di Minsk, che prevedeva il cessate il fuoco immediato, lo scambio dei prigionieri e l’impegno dell’Ucraina di realizzare una riforma costituzionale che avrebbe garantito maggiori poteri e autonomia alle regioni del Donetsk e del Luhansk. “Ma a questa parte dell’accordo”, osserva Sajdik, “non si è mai arrivati, perché è mancata del tutto la sicurezza. Il cessate il fuoco è durato solo tre giorni, poi si è ripreso a combattere da una parte e dall’altra”.

Le stesse cose afferma Yasar Halit Ҫevik, ambasciatore turco, capo della missione di monitoraggio dell’OSCE in Ucraina, che dal giugno 2019 ha seguito l’attività degli osservatori nel Donetsk e nel Luhansk. Ecco le sue dichiarazioni: “C’erano regolari violazioni del cessate il fuoco in Donbass. Voglio precisare che le violazioni avvenivano su entrambi i lati della linea di contatto. I combattimenti non sono mai cessati per davvero. Gli accordi di Minsk non sono mai stati condivisi veramente da ucraini e russi”.

Come spiega il politologo Diego Fabbri, ciò è successo, sostanzialmente, perché i russi volevano di più, mentre gli ucraini consideravano la concessione di uno Statuto speciale come l’antefatto di una futura annessione da parte della Russia.

Oggi vediamo con drammatica chiarezza dove ha condotto il mancato rispetto dei Trattati di Minsk. Io sono convinto che con la concorde volontà dei Governi e delle Istituzioni mondiali (in particolare degli Stati membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite) e la presenza nelle regioni interessate di forze di peace-keeping, gli accordi di Minsk potrebbero rappresentare il punto di partenza grazie al quale porre fine a un conflitto che sta dilaniando i contendenti e rischiando di portare a una guerra nucleare.

Altro punto ineludibile è costituito, naturalmente, dalla rinuncia da parte dell’Ucraina ad entrare nella NATO e ad ospitare basi militari riconducibili alla stessa Organizzazione.

Non meno importante la soluzione di alcune contraddizioni di un sistema economico globale ormai deregolamentato. È quanto hanno evidenziato gli economisti Emiliano Brancaccio e Robert Skidelsky nella lettera apparsa sul Financial Times il 17 febbraio 2023 col titolo The Economic Conditions for the Peace. Gli estensori dell’appello sottolineano come tutte le guerre abbiano anche, e spesso soprattutto, motivazioni economiche, e che nelle trattative di pace la soluzione delle questioni economiche si rivela spesso non meno importante delle controversie territoriali. Auspicano perciò che gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea allentino la stretta protezionista verso le merci e i capitali provenienti dalla Cina, dalla Russia e dall’Oriente non allineato, così come la Cina dovrebbe abbandonare la globalizzazione deregolata che ha prodotto un notevole squilibrio a livello mondiale.

Questione decisiva è, ovviamente quella della Crimea, penisola strategicamente e straordinariamente importante, di cui nessuno si vuole privare. La Russia l’ha già annessa dal 2014 senza una vera opposizione delle Autorità internazionali; ma il fattore che appare determinante è che in Crimea la presenza russa e russofila è schiacciante. Credo perciò che la ferita inferta all’Ucraina debba essere da questa metabolizzata, perché parlare di una riconquista della regione mi pare davvero utopistico. Ma si può fare questa concessione a un dittatore, si può avallare l’ingiusto prevalere del più forte? Perché – rispondo – è più giusto, più conveniente continuare a provocare la morte di decine di migliaia di persone e la distruzione di intere regioni dell’Ucraina? Per me, Putin, che anche dopo un parziale successo rimarrebbe un leader screditato e isolato, dovrebbe essere giudicato da un Tribunale internazionale per crimini di guerra; ma, paradossalmente, in parte di ciò che chiede deve essere accontentato, pena una sorte tragica per migliaia di persone e l’ulteriore distruzione dell’Ucraina. Ci è già accaduto più volte di dover ammettere, amaramente, che sì, un accordo rifiutato si sarebbe potuto osservare, e avrebbe evitato il peggio… ma la storia di oggi è che ci si confronta con ordigni che rischiano di cancellarci dalla faccia della Terra.

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